lunedì 16 giugno 2014

Il passero


Se c'è un  uccellino che tutti siamo abituati a vedere e a riconoscere, quello è il passero domestico o passerotto. Forse però le nostre conoscenze sul passero si limitano a questo, ignorandone abitudini, comportamento, classificazione. Un po' come tutte le cose che ci sono abituali, crediamo di conoscerle a fondo, quando invece ne abbiamo soltanto una consapevolezza superficiale. Oggi quindi cercheremo di approfondire le nostre informazioni sul passero domestico.

Il passero domestico probabilmente è l'uccellino più diffuso in tutta l'Europa e il suo nome scientifico è Passer domesticus. Esistono 16 sottospecie di passero, diffuse in Europa, Mediterraneo e Medio Oriente.
Questo simpatico uccellino è molto socievole e, nelle zone abitate, si lascia avvicinare anche dalle persone, per questo è l'uccello più facile da osservare anche per chi non è abituato a passeggiare nella natura. Il passerotto infatti vive comunemente anche nelle nostre città, oltre che nelle campagne.





Classificazione:
Phylum: Cordati
Classe: Uccelli
Ordine: Passeriformi
Famiglia: Ploceidi
Sottofamiglia: Passerinae
Genere: Passer
Specie: Passer domesticus
 

Come abbiamo detto è una specie molto socievole e vive in gruppi anche numerosi. Spesso si avvicina alle case in cerca di cibo, soprattutto in inverno, dal momento che non compie migrazioni. Il passero, infatti, è un uccello molto adattabile e ha modificato i propri comportamenti sociali in relazione allo stretto rapporto che ha instaurato con l'uomo.
Il passero è un uccello granivoro, ma in estate si ciba anche di larve e insetti e non disdegna le offerte di cibo dagli esseri umani, come briciole, riso, semi. In realtà stermina un gran numero di insetti, per cui è un uccellino molto utile.

Come abbiamo detto, il passero domestico è una specie stanziale, anche se si verificano fenomeni di dispersione da parte dei giovani e in relazione alla disponibilità alimentare.

Il maschio prepara il nido nei posti più disparati, come sotto le tegole, oppure sugli alberi e apprezza anche gli appositi nidi artificiali offerti dagli umani di buon cuore. Il nido è costituito da paglia e imbottito con piume di altri uccelli e ha un ingresso laterale.
Il maschio, per conquistare la femmina saltella intorno alla potenziale compagna aprendo le ali, alzando la coda e il capo verso l'alto ed emettendo vivaci cinguettii. Quando una femmina è attratta dal maschio entra nel nido e vi depone le uova, in un numero che varia da 4 a 8, accudite sia dal maschio che dalla femmina. I piccoli sono nidicoli e la nidiata viene svezzata da entrambi i genitori. A partire dalla fine di marzo si susseguono 3 - 4 covate. Le uova sono di color bruno-bluastro o bianco-rossiccio, macchiate e punteggiate di grigio.

Il maschio ha le parti superiori di colore marrone macchiato di nero, la gola nera e le parti inferiori bianche.  La nuca è castana. La femmina ha un piumaggio più uniforme, superiormente grigio-bruno, così come i piccoli, e la gola non è nera. Gli occhi sono marroni e il becco scuro.

I passerotti quando sono afflitti dai parassiti se ne liberano facendo "bagni" di terra. Il loro volo è rapido e rettilineo e l'apertura alare di 22 cm circa. Il cinguettio del passero è simile al classico cip, cirp onomatopeico, emesso anche in coro.

Potrebbe venir confuso con la passera mattugia (Passer montanus): la passera mattugia è leggermente più snella, non presenta un evidente dimorfismo sessuale, quindi i due sessi sono simili. A differenza del passero domestico, la gola della passera mattugia è bianca, senza collare nero, e anche le guance sono più bianche ma con una caratteristica macchiolina nera sulle copritrici auricolari e ha un semicollare bianco sul collo. Le abitudini di questi due passeri sono molto simili, anche se la passera mattugia è più frequente in campagna che nelle città.


venerdì 6 giugno 2014

Ragnetto rosso: acaro innocuo

Negli ultimi anni, a darci notizia dell’arrivo dell’estate (almeno qui al nord), non sono le giornate che si allungano (qui piove sempre, ceniamo ancora con la luce accesa), le rondini (sempre più rare) o le temperature che invitano a dimenticare i maglioni invernali: no, niente di tutto questo. Solo un’invasione di formiche prima e quella ancora più insidiosa dei ragnetti rossi. Proprio oggi mi sono scontrata sul terrazzo con questo piccolo flagello, e così, correndo a documentarmi in merito, ho scoperto che 1) non sono ragnetti ma acari 2) sbucano fuori dai muri solo tra maggio e giugno, pochi giorni prima dell’arrivo del grande caldo, che li respinge nei loro nascondigli 
Ah, non meno importante 3) non sono velenosi. Su questo punto ho insistito molto nelle ricerche, perché era mia convinzione (a quanto pare errata, ma non bisogna mai fossilizzarsi sulle proprie convinzioni) che in realtà fossero velenosi o quanto meno urticanti. Probabilmente mi aveva tratto in inganno proprio quel colore rosso acceso, che in natura generalmente serve ad inviare qualche tipo di messaggio.

I ragnetti rossi in questione sembrano essere acari della specie Trombidium holosericerum, una specie molto comune in Europa, che in primavera infesta muri e giardini, ma che non rappresenta un pericolo sanitario per umani e vertebrati in generale.
Questo piccolo acaro è minuscolo, nell’ordine di 1-2mm e deve il suo colore rosso alla emolinfa ricca di carotenoidi. Il messaggio che invia ai predatori è “attenti, sono tossico” (e qui non mi ero quindi sbagliata), ma non lo è invece per vertebrati e piante. Pare però che quel colorante sia particolarmente difficile da eliminare dagli abiti, se l’animaletto viene inavvertitamente (o volontariamente, via) schiacciato.
I ragnetti rossi escono dai loro nascondigli, tra le piante e sotto le cortecce degli alberi, soltanto per pochi giorni all’anno, quando la temperatura raggiunge valori intorno ai 20°. Temperature troppo rigide ne limitano i movimenti, troppo calde li uccide. Escono proprio per ricaricarsi di energie e poi tornare nei loro nascondigli prima che esploda il caldo dell’estate.
Questi acari da adulti si nutrono di escrementi di volatili, per cui si concentrano nei luoghi frequentati da uccelli, piccioni inclusi.

Se anche voi siete afflitti da questa invasione, non crucciatevi troppo, visto che è un’invasione innocua e di breve durata. Per quanto condivida la repulsione per gli insetti comune a molti esseri umani – e come animalista me ne rammarico -  ho capito che è meglio evitare l’uso di insetticidi inquinanti e oltretutto di scarso effetto. Se proprio non tollerate la loro presenza, è sufficiente bagnare i muri o il balcone con acqua fredda, che li farà allontanare.


 

giovedì 5 giugno 2014

Botanica: le parti che compongono il fiore

In Europa, dal livello del mare fino a 1500 mt, vivono circa 2000 differenti specie di fiori.
Quando il naturalista dilettante inizia ad osservare la natura che ha intorno, ovviamente ha bisogno di consultare libri e manuali, per riconoscere una specie dall'altra. Per una più facile consultazione, è bene imparare alcuni termini utilizzati per descrivere le varie parti che compongono il fiore.

Osserviamo lo schema. 



sabato 24 maggio 2014

Fiori di primavera: il papavero



Il papavero comune (Papaver rhoeas), che colora i nostri prati tra maggio e giugno, è una pianta erbacea del genere Papaver, appartenente alla famiglia delle papaveracee. Il papavero comune, detto anche papavero selvatico, rosolaccio o serchione, è una delle specie più conosciute, tra le 125 differenti specie conosciute del genere Papaver.

Classificazione del papavero comune:
Dominio: Eukaryota 
Regno: Plantae
Divisione: Magnoliophyta
Classe: Magnoliopsida
Ordine: Papaverales
Famiglia: Papaveracee
Genere:Papaver
Specie:Papaver rhoeas




giovedì 15 maggio 2014

Naked as Adam di G.D. Fedi

"La morte è più eccitante quando è quella di un altro"
Questo è l'ultimo pensiero di un cacciatore, trasformatosi in cinghiale è ucciso dai propri compagni di caccia. Naked as Adam è un romanzo animalista in cui si intrecciano le vite degli Dei e quelle degli uomini, alle prese con una serie di metamorfosi inspiegabili che portano alla luce le crudeltà alle quali gli animali sono sottoposti e che i nostri occhi hanno imparato ad ignorare. Corredato da 18 illustrazioni a cura dell'autrice, è una favola ambientalista moderna, da leggere per riflettere.
Si può acquistare su Ilmiolibro.it. e su youcanprint.it.

domenica 11 maggio 2014

La volpe

Vorrei aprire un nuovo post e dedicare la pagine del mese alla volpe, partendo da questa notizia, riportata su vari siti animalisti e non solo:

"Il Consiglio di Stato, con ordinanza del 30 aprile, decreta la salvezza di volpi e cuccioli che nei prossimi giorni sarebbero stati uccisi a fucilate dai cacciatori trevigiani. Questo verdetto ribalta la decisione del TAR del Veneto che il 15 Gennaio aveva bocciato la richiesta dell'Oipa e delle altre associazioni animaliste di sospendere il piano di uccisione di migliaio di volpi, in provincia di Treviso".

L'uomo, come sempre, ritiene di avere diritto e di morte sugli altri esseri viventi, a volte condizionato da antichi retaggi e paure. E’ stato più volte dimostrato che le campagne di controllo numerico effettuate attraverso la caccia  raramente raggiungono lo scopo, se non per periodi limitati, poiché il successo riproduttivo della specie è inversamente legato alla sua densità, e perché creare un vuoto in una determinata zona comporta semplicemente la migrazione degli individui in eccesso dalle zone limitrofe. E allora perché accanirsi contro questo lontano cugino dei cani, che invece sono generalmente amati e apprezzati anche da chi animalista non è?

La volpe viene considerata da tempo l'incarnazione della furbizia, ed è stata protagonista di molte favole nel passato, tanto che ancora oggi si usano espressioni come "far come la volpe e l'uva", "essere una vecchia volpe", "fare la volpe con un'altra volpe", "il consiglio del traditore è come la semplicità della volpe" e molti altri, che hanno contribuito, purtroppo, a screditare questo canide e a renderlo malvisto proprio come è accaduto per il lupo.  La volpe è ancora oggi nota soprattutto come infida predatrice di pollai domestici, mentre in realtà è molto utile soprattutto in ambito agricolo per la sua capacità di liberare i campi da varie specie di roditori, che danneggiano i raccolti.

domenica 27 aprile 2014

Formiche in casa


Spesso, soprattutto se abitiamo in campagna, con la bella stagione le nostre abitazioni vengono prese d'assalto da ogni tipo di insetto. Gli insetti più invasivi e difficili da estirpare sono sicuramente le formiche. Se poi, come me, siete animalisti e non avete alcuna intenzione di adottare le trappole in vendita o altri metodi altrettanto cruenti che porterebbero alla distruzione totale del formicaio e delle sue abitanti, il problema diventa spinoso, anche se non irrisolvibile. Spesso è sufficiente sacrificare le prime formiche, che sono le esploratrici mandate in avanscoperta, alla ricerca di cibo o di riparo, oppure, se l'invasione è già cominciata, mettere lungo il loro cammino essenze che ne disturbino il delicato olfatto o ne alterino le loro tracce per riuscire ad allontanarle. Per questi metodi incruenti vi rimando al mio post "Formiche, un esercito invadente e silenzioso". Qui, invece, vediamo di scoprire qualcosa di più su questi ospiti indesiderati.
Non sarebbe corretto evidenziare soltanto gli aspetti negativi della presenza di formiche nel nostro giardino. Per quanto fastidiose, in natura sono molto utili e arrecano qualche beneficio anche agli esseri umani. Le formiche che vivono sottoterra, ad esempio, creano numerosi numerosi tunnel che permettono all'aria di circolare attraverso il suolo, rendendo il terreno più produttivo a vantaggio dell'agricoltura, cosa che molti ignorano. Dovete anche sapere che alcuni tipi di formiche predano e uccidono altri insetti che si nutrono di alcune colture, quindi hanno un utilità ben precisa.  Purtroppo oggi si fa ricorso troppo spesso agli insetticidi chimici per ucciderle. 
Le formiche in realtà sono insetti straordinari.

martedì 22 aprile 2014

Il fiore del mese: la margherita

La primavera è arrivata (anche se le temperature sono di nuovo scese sensibilmente), e i prati sono pieni di colori. Il fiore che più rappresenta l'arrivo della bella stagione è senz'altro la margherita
Le margherite crescono spontanee un po' ovunque: nei prati, nei terreni incolti o sulle strade, sia in pianura che in collina e in ambiente montano fino a quasi 2000mt. Spontanee in tutta la penisola, le margherite vengono anche coltivate a scopo ornamentale e utilizzate nella realizzazione di parchi e giardini, nella formazione di aiuole e bordure fiorite in associazione ad arbusti e altre erbacee perenni. Ma a quale famiglia appartengono, questi fiori così diffusi e riconosciuti da grandi e piccini, spesso colti dagli innamorati nell'eterno gioco del "m'ama non m'ama"?

Margherita comune è il nome volgare del Leucanthemum vulgare, pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Asteracee, che comprende anche la lattuga, il tarassaco, la calendula e la camomilla.
Le foglie, di medie dimensioni, sono di forma lanceolata (simile ad una lancia) e disposte in modo alterno lungo lo stelo. Il fusto è eretto, gracile e flessuoso e può raggiungere un'altezza di circa 50 cm.

sabato 12 aprile 2014

Una straniera nei nostri campi: la minilepre


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Il piccolo lagomorfo comunemente conosciuto in Italia come minilepre, è in realtà un leporide proveniente dall'America e il cui nome scientifico è Sylvilagus floridanus (perché originario della Florida). Il silvilago è una delle specie di leporidi più diffuse in Nordamerica, mentre da noi è stato introdotto in tempi recenti (così come in Francia), per scopi venatori. Ovviamente, ora che si è diffuso e in alcune province crea qualche disagio agli agricoltori, la colpa non è dei cacciatori, ma del mite animaletto, immigrato suo malgrado!
Ma vediamo di saperne un po' di più su questo grazioso coniglietto che popola le nostre campagne.

giovedì 3 aprile 2014

Il cervo nobile

Il cervo rosso ( Cervus elaphus), chiamato anche cervo nobile, è il più grosso erbivoro selvatico esistente sulle Alpi e non solo: con il suo peso massimo che, negli esemplari maschi, può raggiungere i 200 kg, è anche il più grande erbivoro che popola le foreste europee. La caratteristica più appariscente di questa specie sono  i grandi palchi ramificati posseduti dai maschi. 

I palchi dei cervidi  fanno parte integrante del corpo dell'animale; sono costituiti da un osso ricoperto da un particolare tessuto vascolarizzato, chiamato velluto, che verso settembre si secca, provocando un fastidioso prurito nell'animale che inizia quindi a  strofinare le corna su tronchi e rami fino a staccarlo completamente. Una volta liberato il palco dal velluto, il cervo si mostra nel pieno del suo splendore. I palchi sono indicativi delle condizioni fisiche dell'individuo: migliori saranno le condizioni fisiche del cervo maschio, più grandi saranno le sue corna. Questo perché, a differenza delle corna dei bovidi, nei cervi i palchi seguono un ciclo continuo di caduta e ricrescita, che richiede ogni inverno uno sforzo enorme, in termini di energie paragonabile alla gestazione e al parto delle femmine. È così che la natura affida soltanto ai maschi più forti e sani la riproduzione. 

sabato 22 marzo 2014

I ricci escono dal letargo



primi tepori, un po' in anticipo, hanno portato ad un prematuro risveglio dal letargo numerosi animali, quali ad  esempio i ricci. È facile quindi incontrarli lungo le strade, che si aggirano ancora un po' intontiti, mettendo a repentaglio la loro vita. Numerose campagne animaliste invitano quindi gli automobilisti a prestare attenzione a questi simpatici animaletti e ad allontanarli dalla strada, se fosse possibile. 

Ricordiamo anche che il riccio  è un animale selvatico protetto da diverse leggi: ne é vietata la caccia, ma anche la detenzione come animale da compagnia. Se trovate un riccio ferito o in pericolo, dovreste consegnarlo ad un Centro di recupero animali selvatici (CRAS).
Il riccio è una specie tutelata e protetta dalla Convenzione di Berna (L. 05/08/1981, n.503, in vigore in Italia dall'01/06/1982. 

Se avvistate un riccio in difficoltà e volete prestare soccorso, ci sono alcuni errori da evitare. Ricordate che con gli animali selvatici è bene evitare le cure fai da te, spesso controproducenti, e che non bisogna mai lavarli per non alterarne l'odore selvatico.

giovedì 13 marzo 2014

L'Ora della Terra è arrivata



Il 29 marzo 2014, torna l'Ora della Terra, una mobilitazione globale che, partendo da un gesto simbolico semplice, come spegnere per un'ora, nel giorno stabilito, tutte le luci nelle case come nei principali centri urbani, intende richiamare l'attenzione dei governi e dei singoli cittadini del mondo sulla necessità di intervenire attivamente per contrastare i cambiamenti climatici in atto sul nostro pianeta. 
I cambiamenti climatici sono palesi e, negli ultimi anni, sempre più catastrofici. Le emissioni di gas serra sono aumentate più del previsto e i loro effetti stanno diventando evidenti più in fretta di quanto si fosse temuto fino a pochi anni fa.
Tra gli effetti catastrofici che il riscaldamento globale porterà con sé, avremo l'aumento delle ondate di calore e l'innalzamento dei livelli dei mari, sempre più lunghi periodi di intensa siccità alternati ad alluvioni disastrose e a un numero sempre maggiore di tempeste e uragani caratterizzati da una forte e devastante intensità.

venerdì 7 marzo 2014

La migrazione dei rospi




I rospi comuni (Bufo bufo), che vivono sul nostro territorio, spesso a pochi passi da noi, sul finire dell'inverno compiono una breve migrazione per raggiungere i siti di accoppiamento, generalmente stagni o piccole pozze d'acqua.  Escono dai boschi e raggiungono le zone umide, per accoppiarsi e deporre le loro uova. Terminato il periodo riproduttivo ritornano nelle aree di origine. Il momento in cui la migrazione ha inizio tra fine febbraio e inizio aprile, ed è influenzato dalla temperatura e dall'umidità dell'aria. Gli spostamenti avvengono all'imbrunire, tra le 18,00 e le 23,00 e i rospi "innamorati" arrivano a coprire distanze di 2-3 km. Nel compiere questi tragitti, più o meno lunghi, sono costretti ad attraversare le strade umane, rimanendo spesso vittime di incidenti, anche a causa della loro lentezza nei movimenti e al fatto che il contatto con l'asfalto caldo li porta talvolta a rimanere immobili, inebriati da quel tepore artificiale. La loro morte non è istantanea, possono agonizzare anche per molti minuti, con le budella sparse sull'asfalto.

giovedì 23 gennaio 2014

Camoscio d'Abruzzo: il camoscio più bello del mondo

Sui monti d'Abruzzo vivono gli ultimi branchi di camoscio d'Abruzzo.
Questo camoscio, più elegante e snello del camoscio alpino, ha rischiato l'estinzione agli inizi del secolo scorso. Negli anni venti ne erano rimasti solo una ventina di capi. Il Parco Nazionale d'Abruzzo, nel 1922, venne istituito proprio per salvaguardare questi ultimi esemplari che sopravvivevano sui monti della camosciara ( oltre che per la salvaguardia del l'orso morsicano).

Oggi nel Parco se ne contano circa 600 esemplari ed è stato possibile reintrodurre, con successo, il camoscio d'Abruzzo sui monti della Maiella e sul Gran Sasso.

Il camoscio d'Abruzzo appartiene al genere Rupicapra, che è suddiviso in 2 specie: Rupicapra rupicapra(al quale appartengono i camosci dell'Europa nord orientale-Asia minore) e Rupicapra pyrenaica (che comprende i camosci dell'Europa sud occidentale).

Il camoscio d'Abruzzo ( Rupicpra pyrenaica ornata) deriva quindi dalla  specie pyrenaica, a differenza del camoscio alpino ( Rupicapra rupicapra), con il quale non è imparentato.
La differenza tra le due specie è nel mantello, molto più scuro nel camoscio alpino mentre il camoscio appenninico presenta una fascia di pelo scuro che ne circonda il collo come un ornamento ( da qui il nome scientifico), più visibile sul mantello invernale, nelle corna più lunghe e uncinate tipiche del camoscio d'Abruzzo  e nella struttura corporea, in quanto il camoscio d'Abruzzo è più elegante e slanciato. Per queste differenze il camoscio d'Abruzzo è considerato il camoscio più bello del mondo.

venerdì 23 marzo 2012

Uccelli: riproduzione

Sono passati un po’ di giorni dall’ultimo post, ma per ragioni personali non ho potuto fare diversamente. E’ un peccato, perché in queste settimane sono successe molte cose nei nostri dintorni. La natura si sta risvegliando, cullata dal tepore di queste giornate, i prati si sono riempiti di macchie gialle con la fioritura delle primule e i rospi hanno iniziato e concluso la loro migrazione a scopo riproduttivo verso laghi, stagni e laghetti. Mi sarebbe piaciuto parlarvene in tempo reale, anche perché negli hanni passati avevo partecipato come volontaria al salvataggio dei rospi, che troppo numerosi perdono la vita durante queste migrazioni, schiacciati dalle automobili. Purtroppo non mi è stato possibile partecipare anche quest’anno, quindi rimando l’argomento all’anno prossimo!
Riprendiamo quindi da dove avevamo lasciato: gli uccelli e la loro riproduzione.

 Gli uccelli si riproducono mediante fecondazione interna e spesso si osserva uno spiccato dimorfismo sessuale. Le colorazioni del piumaggio solitamente sono più accese e vivacemente colorate nei maschi, più mimetiche e scialbe nelle femmine. L’accoppiamento si ripete numerose volte in un breve lasso di tempo. Poche specie sono provviste di un organo copulatore vero e proprio (anatre, oche e struzzi, nandù, emù e casuari),  quindi non vi è una penetrazione: il maschio si limita ad avvicinare la cloaca a quella della femmina, dove lo sperma viene raccolto nella camera cloacale e poi migra verso gli ovidutti.

domenica 19 febbraio 2012

Uccelli : anatomia

Il volo degli uccelli affascina da sempre l’essere umano, incarna il suo più antico desiderio: librarsi nell’aria. Gli uccelli, del resto, sono gli animali selvatici più facili da osservare, anche per chi vive in città. La loro vita si svolge sotto i nostri occhi, vicino alle nostre case: passerotti, piccioni, e in questa stagione fredda, anche molti altri, saltellano sui marciapiedi e volano tra i muri delle case. Le loro livree colorate, i loro canti armoniosi allietano le nostre giornate.
Vediamo allora di capire qualcosa di più sulle loro origini, la loro anatomia e la loro meravigliosa atittudine al volo.

domenica 5 febbraio 2012

Piante caducifoglie: riconoscerle in inverno



Abbiamo già detto in passato che le piante decidue per superare l’inverno adottano la strategia di perdere le loro foglie in autunno, lasciando così sui rami alti soltanto le gemme, che sono in grado di resistere al gelo.
Ora, se dalla primavera all’estate è facile riconoscere una pianta dall’altra, soltanto osservandone le foglie, i fiori o i frutti, come fare in inverno, quando ad un osservatore distratto le piante spoglie sembrano un po’ tutte uguali?
Basta spostare la nostra attenzione su altri particolari distintivi.
Che aspetto e che colore ha il fusto della pianta? Quanto sono lunghe le sue gemme? E che colore hanno?

domenica 22 gennaio 2012

Galaverna: un fenomeno invernale

Nella scorsa settimana i paesi del nord Italia sono stati allietati ( dipende dai punti di vista… il freddo era sceso a – otto) dal fenomeno meteorologico della galaverna. Il nome è particolare e di origine incerta, per molto tempo sono stata convinta che fosse un’espressione dialettale, sapete, uno di quei tanti vocaboli dei nostri dialetti che definiscono una delle mille sfumature della natura ma che  un po’ alla volta cadono in disuso e soltanto i vecchi ricordano. Invece no. Galaverna è un vocabolo della lingua italiana, probabilmente di origine greca o germanica. In inglese si traduce in soft rime.

Il bosco, avvolto da una nebbia più o meno fitta, assume un aspetto incantato; quando la nebbia si dissolve, come dopo una bella e copiosa nevicata, i rami si ammantano di bianco, i prati sembrano ricoperti da una spessa brina. In mancanza della neve, quella vera, ci si può accontentare.

Ma come si forma la galaverna?

domenica 15 gennaio 2012

Il picchio verde: un guizzo di colore nel bosco invernale

Percorrendo in macchina una stradina di campagna ho visto, nel boschetto spoglio che costeggiava la strada, un lampo verde, subito sommerso dal colore uniforme dei rami spogli. Poco oltre, ecco un altro lampo di colore che attraversa il prato coperto di brina. Il giorno dopo, altro prato, altro ondeggiare verde brillante attraverso la campagna. E’ il picchio verde.

sabato 7 gennaio 2012

Inverno: la stagione più difficile


L’inverno è arrivato, e con esso il freddo, il gelo e, speriamo, la neve. Vediamo allora come si prepara la natura per affrontare questa, che per molte specie animali e vegetali è la stagione più dura dell’anno.

Per quanto riguarda le piante, tutte quelle che vivono in una regione temperata ( la nostra ad esempio), devono trovare il modo per sopravvivere all’inverno.
Le piante annuali semplicemente scompaiono per sopravvivere nella forma di semi e rinascere in primavera; le piante erbacee perenni, invece, devono tenere protette le loro gemme, quindi le tengono più a contatto con il terreno, dove trovano una maggior protezione dalle intemperie; gli alberi decidui perdono le foglie in autunno, lasciando sui rami alti le gemme più resistenti al gelo, da queste gemme, in primavera, nasceranno le nuove foglie; i sempreverdi hanno sviluppato invece foglie resistenti al gelo: la differenza tra le due strategie è che le foglie dei sempreverdi sono più resistenti ai climi freddi, ma meno efficienti per quel che riguarda la fotosintesi, viceversa la caduta delle foglie negli alberi decidui provoca un notevole dispendio di energie ma fa sì che le foglie che rinascono ad ogni primavera siano più efficienti ai fini della fotosintesi.
Anche gli animali devono mettere in atto strategie diverse, per resistere alle temperature rigide dell’inverno.